Antonio La Marca

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

ANTONIO LA MARCA

è ricercatore presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle arti dell’Università degli studi della Calabria, dove insegna Archeologia e Storia dell’arte greca e romana per il Corso di laurea in Scienze turistiche.
Ha partecipato a numerosi scavi in Calabria, in Sicilia e in Turchia, dove, da molti anni, è membro della missione archeologica italiana di Kyme d’Eolide.
 

 

 

 
 
 

Antonio La Marca (a c. di), Archeologia nel territorio di Luzzi: stato della ricerca e prospettive, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002, pp. 174, euro 27,00


Quando nasce un essere umano si usa l’espressione “venire alla luce”. Questa espressione è utilizzata durante gli scavi archeologici, ogni volta che affiora, dopo essere stata coperta dalla fitta coltre che il tempo ha prodotto, una cultura antica, città o necropoli che sia. “Venire alla luce” corrisponde a una (ri)nascita. Non sempre i ritrovamenti si connettono a insediamenti consistenti, alle volte si tratta solo di un muro, di una singola tomba, di piccoli manufatti artigianali. L’arduo compito dell’archeologo consiste quindi nel far “parlare le pietre”.
Arte affascinante quanto difficile, che richiede un amalgama infinita di capacità eterogenee, quali la competenza, la precisione, il senso pratico, la delicatezza, la forza, l’immaginazione e, non ultima, la dedizione. Che sia un monumento gigante o un minuscolo frammento non fa differenza, il tempo dedicato all’analisi e allo studio è il medesimo, perché da un oggetto insignificante, agli occhi di un profano, è possibile rintracciare percorsi storici inaspettati. Il dato archeologico è del resto considerato fonte storica primaria. L’importanza dei prodotti umani cresce ancora di più quando non ci sono altri modi per ricostruire il passato di un luogo. Non è solo il caso delle civiltà prive di scrittura: è capitato sovente, anche in epoca storica, che le fonti scritte abbiano omesso alcune zone, per scarsa importanza o per mancata conoscenza. In questi casi interviene l’archeologia, la scienza atta ad interpretare i manufatti prodotti, conservati, usati, gettati o dimenticati dall’uomo. Il territorio di Luzzi, nella media valle del Crati, corrisponde al modello appena citato. Dimenticata dagli autori antichi, Luzzi sottoterra è una vera e propria “miniera”, il termine è di Giuseppe Marchese, «continuatore contemporaneo di eruditi ottocenteschi» (P. G. Guzzo, p. 23), e adottato da Antonio La Marca, curatore (e autore di un saggio) del volume, nonostante i ritrovamenti siano «legati per lo più alla casualità» (p. 33). La Marca ha sottolineato la frequentazione del sito sin dall’epoca protostorica; la presenza dell’uomo si è protratta in modo continuativo sino al tardo impero romano, periodo, questo, pregno di testimonianze. I ritrovamenti inducono infatti pensare a un inserimento dell’area nel circuito produttivo e facente capo all’orbita romana, la cui espressione più evidente nel territorio dei Bruttii, com’era allora denominata la Calabria, fu il sistema fondiario ed economico delle ville
rustiche. Di indiscusso fascino è la posizione assunta da alcuni eruditi, che ne riconobbero l’antica Tebe Lucana, ma si tratta solo di un’ipotesi, non suffragata da altri elementi. I dati emersi non consentono ancora di delineare un quadro preciso; sebbene qualche notizia interessante emerga dai corredi funerari, che contraddistinguono lo status del defunto, quando era ancora in vita (per esempio, in località litorali, aghi da rete, ami e pezzi di corde tracciano senz’altro i contorni di un pescatore). Nella necropoli di San Vito (M. Paoletti, pp. 77-89), sita nei dintorni di Luzzi, i corredi funebri hanno restituito materiali, tra cui lucerne, vetri, chiodi, monete, gioielli, bolli laterizi, e delle laminette auree che sono state fonte di dibattito: questi oggetti in qualche modo restituiscono il clima della vita quotidiana, del lavoro, della religione, della società e dei gusti degli abitanti dell’epoca, i cui indizi spingono a supporre di un insediamento rurale. Una sepoltura, la “tomba del chirurgo”, ospitava i resti di un anonimo medico del passato, professione dedotta dalla serie composta da 14 ferri chirurgici, tali strumenti, pinze, bisturi, specilli, sonde, sono incredibilmente simili a quelli odierni. 


   
 
La preziosa identità del territorio della valle del Crati  
Una ricerca, accurata e scrupolosa, riporta all’attenzione del pubblico, non solo specialistico, un patrimonio storico d’inestimabile valore

«Archeologia nel territorio di Luzzi: stato della ricerca e prospettive»  è un volume a cura di Antonio La Marca e offre un importante contributo per l’avanzamento delle conoscenze sul territorio adiacente al corso medio del Crati (fascia destra), tra il fiume Arente a sud e il comprensorio di Bisignano a nord: una zona che, a tutt’oggi, manca di uno specifico studio storico-topografico.
Per sopperire alle lacune delle fonti letterarie, si è fatto ricorso alle testimonianze archeologiche superstiti che, unite alle ricerche storiche e archivistiche, hanno consentito di aggiungere nuovi tasselli, utili per la ricostruzione della storia antica del territorio.
Elegante è la veste grafica e tipografica che viene arricchita da una serie di grandi foto a colori, importanti per la comprensione scientifica dei testi e assai gradevoli anche per una fruizione dell’opera da parte di un pubblico più vasto, che vada al di là di quello dei soli studiosi specialisti.

 

Tratto da "Scriptamanent.net" - Rivista di cultura e libri della Rubbettino Editore

 
   
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