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Giuseppe Marchese

Fonte: Foto risalente agli anni '50.
Archivio familiare di Gianluca Vivacqua.
Giuseppe Marchese (Luzzi, 1892 -
1977), uomo politico e storico.
Nacque a Luzzi il 28 agosto 1892 da Cesare
Marchese e Rosaria Gardi; ivi morì il 4 settembre 1977. La famiglia
Marchese, originaria di Crotone, si stabilì a Luzzi nel XVI secolo,
secondo il biografo dello scrittore, Attilio Gallo-Cristiani; nel
1581, infatti, Don Luise Marchese, Avvocato di corte di Don Filippo
d'Austria, fu inviato da questi ad amministrare l'università di
Luzzi, ed ivi contratto matrimonio con Isabella Sangermano, stabiì
la propria discendenza nel borgo. Antenati illustri del Marchese
furono Francesco Marchese, sindaco del paese nel 1785; Ignazio
Marchese, Intendente generale di Cosenza nel 1792; Antonio Marchese,
decurione del comune di Luzzi e quindi Giudice supremo delle
Calabrie.
Il futuro storico fece i suoi primi studi
nel seminario passionista di San Marco Argentano, per poi completare
la sua formazione a Corigliano Calabro, dove conseguì la licenza
ginnasiale, e a Rossano Calabro, dove intraprese gli studi
magistrali e si accostò al vivace ambiente letterario della città,
delineando decisamente i suoi interessi storico-pedagogici.
Appartengono ai suoi anni rossanesi i primi saggi di didattica e di
storia calabrese che videro la luce su vari giornali a cui
collaborava direttamente (Il popolano di Corigliano Calabro,
La Nuova Rossano di Rossano) o per corrispondenza (L'Attualità
di Teramo e il Roma di Napoli), mentre egli stesso fondava,
con alcuni amici, un periodico umoristico, U strolacu, e un
foglio di maggior impegno, che nelle sue intenzioni doveva diventare
un forum di dibattito pedagogico, La voce dei corsi magistrali
d'Italia. Rientrano nel corpus della sua produzione rossanese i
testi scritti di alcune conferenze che egli, ancora studente, tenne
nella città della Panaghia: Le celle eremitiche di San Nilo;
L'abbadia basiliana del Patirion; La donna calabrese nella
vita famigliare attraverso le leggende; Gli uomini e la terra
di Calabria; Come funziona e perché funziona il Corso
Magistrale. La sua vocazione storica vera e propria, però, gli
fu rivelata, come egli stesso racconta, da un incontro fulminante
avuto, sempre negli anni della sua formazione, con Paolo Orsi.
Attivo come maestro elementare nel proprio
paese dal 1913, in quello stesso anno iniziò a lavorare alla sua
prima opera di grande respiro, Come ci siamo affermati,
studio filosofico-pedagogico in cui il Marchese risente
dell'influsso di Roberto Ardigò, che vide la luce nel 1914. Seguì
La psicologia come scienza positiva di Roberto Ardigò, una
disamina più completa del pensiero del suo pedagogista modello. Con
l'avvento dell'era fascista Giuseppe Marchese, grazie all'appoggio
del fratello Eugenio, già decorato di guerra divenuto in seguito
capo della Segreteria Politica Fascista di Luzzi, riuscì a
conquistare anch'egli un posto preminente nella vita civile del
paese, sfruttando il suo acquisito peso politico per realizzare gli
obiettivi di interesse comunitario che si proponeva di raggiungere:
primo fra tutti, la costruzione di un nuovo edificio scolastico
elemantare per il paese, che vide la luce nel 1926. Si devono poi al
Marchese l'erezione del monumento ai caduti di Luzzi e
l'acquisizione dello status di Monumento Nazionale per i resti
dell'abbazia di Sambucina. In seguito il suo impegno pubblico
continuò di pari passo col suo ufficio educativo, questo finendo col
diventare tutt'uno con l'altro: segretario del Comitato di
Assistenza Civile nell'immediato primo dopoguerra, direttore del
Dopolavoro Comunale all'inizio del fascismo, nel 1934 fu nominato
Commissario Prefettizio del Comune di Luzzi, vacante l'ufficio di
Podestà per gli impegni del titolare della carica, Filippo Coppa.
Al culmine della sua carriera scolastica e
dei suoi incarichi pubblici, Marchese intraprese a scrivere le sue
due opere storiche maggiori: il saggio su La Badia di Sambucina,
pubblicato a Lecce nel 1932, ed una storia generale di Luzzi,
Tebe Lucana, Val di Crati e l'odierna Luzzi (Napoli, 1957).
LA BADIA DI SAMBUCINA
Il saggio su La Badia di Sambucina
apparve nel 1932 dopo dieci anni di lavoro, come scrive il
Gallo-Cristiani (dunque il Marchese dovette lavorarvi fin
dall'avvento del fascismo). La materia del lavoro sull'abbazia
cistercense, cioè sostanzialmente la storia dei monasteri medievali
in Calabria e nel Mezzogiorno d'Italia, era frequentata dall'autore,
come si è visto, sin dai suoi esordi di studioso di storia: i
capitoli del saggio si possono anzi considerare l'acme delle sue
ricerche in tal campo intraprese già negli anni rossanesi, e di tale
argomento continuò a scrivere, a dimostrazione del fatto che dovette
sempre intimamente sentirlo come quello di sua competenza, anche
negli anni seguenti, su invito di pubblicazioni specializzate, come
nel '33 per il "Catalogum monasteriorum quae olim militaverunt vel
adhuc militant sub Regula S. Benedicti", diretto dal monastero di
Einsiedeln in Svizzera. Sempre in quell'anno fu commissionato dal
Rotary Club di Cosenza di redigere una descrizione storica dei
castelli e delle rocche del Mezzogiorno, mentre per il Comitato
Nazionale Italiano per le Arti Popolari poté tornare, con uno
scritto sul costume popolare calabrese, ai suoi interessi
etnografici. La tesi fondamentale del saggio è che l'abbazia di
Sambucina sia la più antica fondazione cistercense dell'Italia
Meridionale, sorta per opera di una colonia di seguaci di San
Bernardo giunti direttamente da Clairveaux. Il riscontro più
autorevole del livello della risonanza nazionale di esso è nella
menzione di esso come (unica) fonte bibliografica della voce su
Luzzi compilata dal prof. Giuseppe Isnardi per l'Enciclopedia
Treccani (vol. XXI, p.710).
TEBE LUCANA, VAL DI CRATI E L'ODIERNA
LUZZI
Anche per quanto riguarda la storia
generale di Luzzi si può pensare che il suo nucleo originale fossero
proprio le vicende luzzesi dell'età medievale e moderna, ma essendo
il Marchese parallelamente anche un appassionato antiquario e
collezionista di reperti archeologici, pensò bene di anteporre alla
storia medievale di Luzzi un'archeologia della Val di Crati: in essa
riprende l'identificazione, di antica tradizione, del paese di Luzzi
con Tebe Lucana, ipotizzando che potesse trattarsi dell'insediamento
creato da Alessandro il Molosso nel IV secolo a.C. come base
strategica per lanciare l'assedio alla città di Pandosia nel Bruzio.
E' probabile che l'intenzione di Marchese fosse più precisamente
quella di fare un approfondimento storico su Luzzi e il territorio
circostante in diretto collegamento con lo studio sulla Sambucina
(<<Rimasi a lungo perplesso se proseguire nel campo dei miei studi
favoriti e ampliarli per far onore al mio paese>>, scrive l'autore).
Storia della Sambucina e storia di Luzzi sarebbero quindi due parti
complementari l'una per l'altra di un unico disegno storiografico.
Neppure la sua opera trattatistica maggiore (però non il suo
capolavoro, ché il Marchese dovette sempre considerare tale la sua
monografia sambucinese) passò inosservata nel panorama
storico-letterario italiano di quel tempo, dal momento che fu
senz'altro preso in visione e in esame da amici eccellenti come
Benedetto Croce, Gaetano De Sanctis, Pietro Toesca, Umberto Zanotti
Bianco, la cui attenzione è testimoniata dai carteggi che aprono
l'introduzione del volume. A dare rilevante visibilità accademica
alla sua storia contribuì indubbiamente il coevo incarico ricoperto
dallo studioso di Ispettore Onorario dei Monumenti e degli Scavi per
il Bruzio e la Lucania, il vertice della sua carriera pubblica.
Secondo L.G. Coppa Marchese intraprese la sua nuova sfida letteraria
dopo la pubblicazione del suo ultimo lavoro di pedagogia, datato
1937, Il problema educativo attraverso le varie teorie. Se si
segue tale datazione Marchese avrebbe iniziato la composizione di
quest'ultima, avvalendosi comunque di un corpo di documentazione di
base già ampiamente formato e organizzato in precedenza, a partire
dai primi anni '40: la sua stesura poteva essere già conclusa nel
1948, se a quella data Croce poteva leggerla nella versione completa
e consigliarla come ottima fonte per studi più approfonditi sulla
materia; traversie maggiori l'autore dovette affrontarle per
l'edizione definitiva (quasi altri dieci anni di attesa).
Il Coppa accenna anche ad un altro scritto
di etno-prosopografia che lo studioso aveva in preparazione nel
periodo immediatamente successivo alla messa in stampa di Tebe
Lucana, La terra di Calabria e i suoi uomini miglior i(una
cui prefigurazione è forse visibile nell'ultima sezione, di
carattere biografico, di Tebe Lucana): quel che si sa con
certezza è che la sua ultima opera finita è il testo dell'orazione
commemorativa in morte del fratello Eugenio, in occasione del primo
anniversario di essa, che porta la data del 1975; la scomparsa del
nostro (da decenni egli soffriva di nefrite) avrebbe fatto seguito
due anni più tardi.
Bibliografia
Attilio Gallo-Cristiani,Giuseppe Marchese, Napoli, 1934 Luigi
Genesio Coppa, Giuseppe Marchese e la sua opera, app. in
Tebe Lucana, Val di Crati e l'odierna Luzzi, Napoli,1957
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